L’estate vacanziera italiana è terminata. Gli stabilimenti chiudono ombrelloni e lettini, i ristoranti sulla costa si svuotano e la vita in città riprende pienamente al suo ritmo consueto. I litorali rimangono silenziosi e vanno in letargo aspettando l’euforia agostana dell’anno prossimo. Torniamo a voltare le spalle al mare, lasciandolo solo a chi sulle onde e con i porti ci lavora, viaggia e commercia. Restiamo comodamente popolo balneare. Non aspiriamo proprio a diventare potenza marittima. Troppi rischi, meglio guardare altrove. Eppure, gli interessi dell’Italia – perché anche noi ne abbiamo, sebbene affermarlo sembri quasi un delitto – si concentrano da sempre proprio nei mari che circondano la penisola e nelle altre terre da questi bagnati. A una manciata di miglia nautiche dalla Sicilia c’è la Libia. O meglio i suoi coriandoli, che pure restano tasselli fondamentali della nostra sicurezza. Non ce ne rendiamo pienamente conto. È tempo di fare di più.

A inizio settembre, Roma ha ospitato un incontro inedito nel panorama dei rapporti interni alle fazioni in lotta nel Paese nordafricano. Non accadeva da tre anni che un Dabaiba e un Haftar si guardassero negli occhi. L’ultima volta era accaduto ad Abu Dhabi senza risultati concreti. Non sappiamo con precisione cosa si siano detti Ibrahim Dabaiaba, consigliere e nipote di Abdul Hamid, premier del Governo di Unità Nazionale (Gnu) di Tripoli e Saddam Haftar, figlio del generale della Cirenaica Khalifa e vicecomandante dell’Esercito Nazionale Libico (Enl). È verosimile che, nella capitale italiana, i rappresentanti delle due principali cordate di potere e interessi che si contendono la Libia e le sue appetitose riserve petrolifere abbiano discusso di possibili spartizioni del ricco bottino in palio e di una stabilizzazione che, al momento, resta lontana. Per la verità, i dettagli dei colloqui sono secondari. Sono altri gli aspetti rilevanti per noi.

L’incontro non era proprio farina del nostro sacco. Noi abbiamo offerto la location. Ma sono stati gli americani e i qatarini a fare da mediatori, naturalmente spinti all’azione dai rispettivi interessi nell’antica colonia italiana. La petromonarchia, nonostante la maggiore vicinanza alle rivendicazioni di Tripoli, punta a rafforzare il suo ruolo di mediatore in tutti gli scenari di crisi del mondo arabo. Il Qatar pensa in grande a dispetto della sua ridotta estensione territoriale. Nella partita libica, Doha non si sottrae alla competizione tutta interna al Golfo con i vicini saudita e soprattutto emiratino, che sostengono le posizioni di Bengasi. L’obiettivo di fondo resta quello di accreditarsi come punto di riferimento imprescindibile nella definizione degli equilibri regionali e interlocutore mediorientale ascoltato dagli americani, magari mettendo i bastoni fra le ruote alle ambizioni di Riyadh.

Gli Stati Uniti hanno invece ripreso a interessarsi al Paese nordafricano solo di recente. A Washington non destavano preoccupazioni eccessive i rapporti che, da ormai un decennio, Haftar intrattiene con i russi. Eppure, tali relazioni hanno consentito a Mosca di utilizzare basi e infrastrutture in Cirenaica e nel Fezzan per alcune delle sue operazioni nel Mediterraneo. La Libia resta anche porta privilegiata di accesso al Sahel. Le cose sono cambiate alla fine dello scorso anno, con la caduta del regime di Bashar al Assad in Siria. Il nuovo governo di Damasco non sembra tollerare la presenza russa. Avviata ai tempi dell’Unione Sovietica, questa era diventata pervasiva e capillare come conseguenza e prezzo per il sostegno al dittatore durante la guerra civile. Ora le cose sono cambiate. Le basi di Tartus e Latakia vivono un periodo di incertezza e non può essere escluso che i russi siano costretti allo sgombero completo.

È fuori discussione però che Mosca rinunci a mantenere un piede nei “mari caldi”. Soprattutto in questi tempi di accentuate tensioni internazionali e conflitti che vanno ben oltre la guerra in Ucraina. L’irrefrenabile pulsione a controllare approdi sicuri nel Mediterraneo risale all’epoca zarista ed è una costante della proiezione russa. A Mosca non si accontenteranno certo dell’accordo con il Sudan, annunciato a febbraio di quest’anno, per la costruzione di una base sul Mar Rosso. L’infrastruttura dovrebbe avere la capacità di ospitare fino a 300 unità di personale e quattro navi da guerra. Da Karthoum continuano però a giungere segnali di reticenza indotti da non troppo segrete pressioni americane. Ecco quindi che, venuta meno la comodità delle installazioni siriane, è la Libia a diventare oggetto del desiderio dalle parti di Mosca. O, per essere più precisi, è la costa della Cirenaica intorno alla città di Derna ad acquisire un’importanza reale.

Tutto questo dovrebbe essere più che sufficiente a suscitare allarme da noi. Intervistato a giugno da Lorenzo Cremonesi per il Corriere della Sera, il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio Enrico Credendino, senza giri di parole, ha dichiarato che una flotta russa in pianta stabile in Libia “per noi sarebbe un dramma”. Non è usuale che i vertici delle Forze Armate lancino un allarme così senza mezzi termini. La minaccia è reale e non è consentito sottovalutarla. A meno l’Italia non scelga di rinunciare a una quota importante della propria sicurezza nazionale. Con meno di duecento miglia nautiche di mare a separare le coste libiche dalla Sicilia, tutto quello che accade nel Paese nordafricano non può vedere Roma distratta. È già accaduto troppe volte dalla caduta del regime di Gheddafi a oggi, mentre altri attori si insediavano da quelle parti.

Fino a quando sono i turchi o gli emiratini, può ancora andare bene. Anche se, soprattutto nel caso di Ankara, non è detto che i loro interessi siano complementari con i nostri. O, peggio ancora, che i turchi siano disposti ad accordare rilievo al nostro punto di vista. Ma siamo pur sempre nel quadro di possibili intese raggiungibili tra alleati o partner attraverso il dialogo e il negoziato. Con i russi, almeno per il momento, tale strada non è percorribile. Già prima dell’occupazione della Crimea nel 2014, Mosca aveva raffinato tecniche di guerra ibrida e asimmetrica per indebolire le liberaldemocrazie occidentali considerate ostili ai suoi disegni egemonici. Attacchi informatici a siti governativi o di grandi aziende, campagne di disinformazione, tentativi di influenzare tornate elettorali per favorire partiti antisistema e filorussi: sono questi solo alcuni degli strumenti che Mosca tira fuori dalla sua ben fornita cassetta degli attrezzi.

Non possiamo dunque permettere che i russi affondino ancora di più nella sabbia della nostra antica colonia le loro già profonde radici. Sempre l’ammiraglio Credendino ha avvertito che “quasi sempre le nostre navi al largo della Libia sono seguite da una nave spia russa, spesso camuffata da peschereccio, ma in realtà carica di sensori e antenne”. È primario interesse di Roma dunque mantenere costante l’attenzione verso la Libia. C’è da dire che il colpevole disinteresse italiano del passato sembra ormai definitivamente alle nostre spalle. Il culmine fu raggiunto nella primavera del 2019, quando da Tripoli giunsero disperate richieste di aiuto al governo per ricevere sostegno contro il generale Haftar in procinto di assediare la città. Da Roma arrivò solo un assordante silenzio.

Così non fu ad Ankara. Dalla Turchia giunsero aiuti di ogni tipo, compresi i droni Bayraktar TB2, decisivi per respingere gli invasori. Da allora la stella anatolica ha cominciato un’ascesa inarrestabile, mentre l’Italia scivolava ancora di più nel rango di player secondario. Ciononostante, a Roma a un certo punto qualcuno si è svegliato. In Libia abbiamo interessi securitari, economici ed energetici impossibili da trascurare anche per il più disattento dei decisori politici. E i tentativi di risalire la china sembrano andare nella giusta direzione. Dal 2022, si sono moltiplicati i contatti a livello ministeriale, suggellati da visite di esponenti governativi, che fanno la spola tra i due Paesi. Anche le imprese italiane riprendono a guardare verso sud. Cento aziende, ad esempio, hanno partecipato all’Italia – Libia Economic Forum tenutosi a Bengasi a giugno, segnando il ritorno in grande stile del mondo degli affari italiano in questa parte di Nord Africa.

Roma sta modellando il suo approccio verso la Libia basandosi su un inedito e sano pragmatismo. Abbiamo infatti superato la fase di appoggio unidirezionale al governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite. Un atteggiamento di esasperato e quasi dogmatico legalismo non giova a nessuno. Metà della Libia è infatti nelle mani del generale Haftar, già signore della guerra civile, e del sistema di potere che fa capo a lui e al parlamento di Tobruq. Negarlo o respingerlo significa rifiutare di guardare in faccia alla realtà delle cose e rinunciare a difendere interessi in Cirenaica e parte del Fezzan. Ecco perché è così importante dialogare con tutti i principali attori coinvolti nel ginepraio fazioni, milizie e partiti della Libia post-Gheddafi. Sulla base di tali considerazioni, possiamo individuare tre ragioni principali per guardare all’antica Quarta Sponda con rinnovato e crescente interesse.

In primo luogo, non possiamo lasciare che le coste della Sicilia e del Meridione siano esposte alla pressione della flotta russa. Le basi navali di Taranto e Augusta vedrebbero pregiudicata la loro sicurezza e l’operatività potrebbe esserne compromessa. Anche la libertà di navigazione è in gioco. Niente può escludere che azioni ostili perturbino i flussi commerciali in transito per il Mediterraneo. E per un Paese manifatturiero come l’Italia sarebbe un dramma, che gli Houthi in Yemen già ci hanno fatto intravedere con le loro azioni nel Mar Rosso. Una base di Mosca tra Cirenaica e Marmarica è d’altronde un pericolo non solo per l’Italia ma anche per il fianco sud dell’Alleanza Atlantica. È vero che adesso quasi tutta l’attenzione è rivolta all’Ucraina. Ma sarebbe miope tralasciare questo quadrante. Non è un caso che anche gli americani si siano ridestati dal torpore. Il che è una buona notizia per Roma.

Washington è infatti alla disperata ricerca di alleati capaci di presidiare aree importanti ma non più prioritarie per gli Stati Uniti. Il Mediterraneo è una di queste. L’Italia si trova nella posizione geografica e politica ideale per raccogliere la sfida. Questa consiste nell’assumersi la responsabilità di coordinare i Paesi alleati per mettere in sicurezza le vie d’acqua tra le Baleari e Creta con la costa libica a fare da confine meridionale dell’area di pertinenza. Per realizzare tutto questo c’è però bisogno di sporcarsi le mani ed essere pronti a reagire con durezza alle minacce qualora dovessero palesarsi. Con parole e promesse andremmo ben poco lontano. Se invece ci mostrassimo determinati e agissimo di conseguenza potremmo vedere la nostra voce ascoltata a Washington e accedere a tecnologie e risorse americane altrimenti irraggiungibili. Non si tratta di un favore agli americani, ma semplicemente di uno sforzo per noi stessi.

Infine, non è trascurabile il contributo italiano alla stabilizzazione della Libia. È superfluo sottolineare che instabilità, incertezza e violenza endemiche non giovino a nessuno. Ecco perché Roma è chiamata, anche in ragione degli antichi e profondi legami che uniscono le due sponde del Mediterraneo, a dare un contributo più energico a disegnare un futuro di pace e prosperità per la Libia. Tra l’altro osare di più è anche quanto ci chiedono gli stessi libici al di là delle divisioni interne. L’appoggio di turchi e russi, ma anche di Egitto e petromonarchie del Golfo, è tutt’altro che disinteressato. L’Italia potrebbe fare lo stesso con più impegno presentandosi al contempo come utile contrappeso alle altre potenze. Affiancare la Libia in un percorso finalmente serio e credibile di pace e riconciliazione nazionale non è beneficenza. Ma perseguire interessi impossibili da trascurare. Utopia? Dipende da noi!

Foto: med-or.org

Fonti e approfondimenti

M. Boccolini, Così Italia e USA provano a evitare l’escalation in Libia, Formiche.net, 10 settembre 2025;

Agenzia Nova, Libia, fonti Nova: ieri a Roma incontro tra Saddam Haftar e il nipote di Dabaiba, presente l’inviato Usa Boulos, 3 settembre 2025;

L. Cremonesi, Credendino (Marina): Noi in azione nel Mar Rosso. I russi al largo della Libia spiano la nostra Marina, Corriere della Sera, 8 giugno 2025;

Agenzia Nova, Libia – Italia: attese 100 aziende al Forum di Bengasi, nasce un nuovo presidio economico stabile, 7 giugno 2025;

L. Gambardella, In Libia Meloni parla con tutti, Dabaiba e Haftar. Perché se non lo facciamo noi lo fanno i russi, Il Foglio, 8 maggio 2024;

B. Ozturk, Ankara è in Libia per restarci, in Il gran Turco, Limes, n. 7/2023.