Hormuz e la talassocrazia americana

L’impero degli Stati Uniti è marittimo o non è affatto. Le lezioni per l’Italia

Nei 14 punti di Woodrow Wilson, gli Stati Uniti in ascesa assumevano l’impegno in favore della libertà dei commerci e dei mari come condizione necessaria alla costruzione del nuovo ordine internazionale dopo la prima guerra mondiale. La talassocrazia americana, imbevuta del pensiero di Alfred Thayer Mahan sul potere marittimo, muoveva allora i primi passi. Fino a manifestarsi in tutta la sua magnificenza dopo la vittoria del 1945 sulla Germania potenza terragna. Per ottant’anni, nessuno, nemmeno l’Unione Sovietica, ha mai sfidato seriamente o danneggiato l’impero delle onde a stelle e strisce. Questo poggia sul controllo dei principali stretti marittimi internazionali – choke point nella versione inglese o colli di bottiglia secondo la locuzione italiana più utilizzata – che assurgono a chiavi di volta dell’intero sistema. Da Malacca a Gibilterra passando per Hormuz e la direttrice Bab el-Mandeb – Suez – Stretto di Sicilia. Oggi la solidità di tale impero è messa in discussione.

Ecco perché quanto accade da fine febbraio a Hormuz dovrebbe suonare come ben più di un campanello d’allarme sulle rive del Potomac. Se la macchina da guerra più potente del mondo non è riuscita a impedire che la Repubblica islamica possa chiudere e riaprire a piacimento l’accesso al Golfo, pur essendo dotata di capacità belliche infinitesimali rispetto agli Stati Uniti, vuol dire che le cose si stanno mettendo male sul serio. Se poi Teheran dovesse spuntarla ed estorcere un pedaggio per il transito dei mercantili, riservandosi de facto il diritto di decidere chi passa e chi no per Hormuz, allora potremmo essere spettatori di un’intera costruzione che si sbriciola. Non solo si tratterebbe di una vittoria strategica probabilmente inattesa dagli stessi ayatollah/Pasdaran. Ma creerebbe un precedente potenzialmente replicabile ovunque nel mondo con costi relativamente ridotti da chi sentirà sempre più a portata di mano la possibilità di sfidare Washington.

In realtà, sono stati gli Houthi yemeniti già alla fine del 2023 a mettere a nudo fragilità nella capacità americana di dominare gli stretti. A Bab el-Mandeb, con droni poco più che artigianali e barchini veloci, è stata svelata la reale capacità degli Stati Uniti di imporre la propria volontà dappertutto sul mare. Le principali compagnie di navigazione hanno scelto la rotta più sicura ma molto più lunga che doppia il Capo di Buona Speranza per collegare l’Asia orientale con i porti europei. E non sembrano esserci al momento segnali per un ritorno ai volumi di traffico navale in entrata e uscita dal Mediterraneo via Suez antecedenti a novembre 2023.

È improbabile che lo stuolo di yesmen insediato alla Casa Bianca avverta l’attuale inquilino che gli Stati Uniti stanno rischiando grosso. Ma è inverosimile pensare che gli apparati a Washington non se ne curino senza immaginare come correre ai ripari. Anche perché una soluzione al problema non appare evidente. Alla generale ritrosia dell’America di oggi ad assumersi gli impegni necessari alla manutenzione della sua dimensione imperiale (salvo poi ritrovarsi trascinata in pantani difficili da abbandonare) si aggiunge un dato inedito e non trascurabile. E cioè la proliferazione di scenari dominati da tecniche di guerra asimmetrica che si stanno dimostrando efficaci a mettere in difficoltà avversari sulla carta molto più potenti. In realtà, non si tratta di nulla di nuovo nella storia dei conflitti. La tecnologia ha però paradossalmente amplificato l’efficacia delle azioni di chi utilizza un drone costato ventimila dollari a scapito di chi per abbatterlo utilizza un missile modernissimo costato milioni.

Oceani senza un padrone in grado di usare o minacciare di ricorrere efficacemente alla forza per imporre la propria concezione dell’andare per mare sono un rischio per tutti. Soprattutto, come in questo momento, quando non c’è un’altra talassocrazia in ascesa. Almeno per ora, non si intravede nessuno all’orizzonte capace di sfidare Washington negli oceani in maniera strutturale. I russi restano non pervenuti e i cinesi, seppur in crescita rapida, sono lontani da potersi fregiare del titolo di navigatori. Nel frattempo, attori locali (anche non statuali) e potenze regionali osservano con interesse mentre altri segretamente tremano. A partire dalle petromonarchie sunnite del Golfo in pericolo di soffocamento con Hormuz sprangato.

Uno scenario in cui, ad esempio, i turchi pretendano di avere voce in capitolo a Suez e nel Mar Rosso, i cinesi nei mari intorno al Giappone e chissà chi altri in giro per il mondo non è più fantascienza. Intanto, l’incertezza regna e sempre più pericolosi si fanno i vuoti lasciati qua e là dalla superpotenza americana in affanno oppure alle prese – fate un po’ voi – con un inedito e doloroso cambio di pelle. Per noi italiani si addensano altre nubi su un orizzonte diventato ormai minaccioso se non cambiamo finalmente il modo di rapportarci al resto del mondo. È inutile e controproducente voltarsi dall’altra parte in trepidante attesa che passi la nottata. L’epoca che ci è dato in sorte di vivere impone a tutti azioni per tutelare anche sul mare la sicurezza e il benessere acquisiti.

Questo è vero in particolare per il nostro Paese, con la sua economia di trasformazione dipendente dalla navigabilità di striminziti bracci d’acqua salata per accedere alle vastità oceaniche. E ce ne stiamo rendendo conto proprio in queste settimane convulse di guerra, minacce e blocchi navali nel Golfo. Allora perché restare inerti? Dinanzi a piacevoli certezze ormai sparite ma che desideriamo ottenere nuovamente con tutte le nostre forze, siamo chiamati a un atto di coraggioso realismo. Neanche sul mare possiamo più contare sulla rendita di posizione garantitaci da decenni spensierati trascorsi nella condizione di ricca provincia dell’impero degli Stati Uniti. Prendiamone atto e, con la consapevolezza di un Paese finalmente maturo, assumiamoci noi stessi la responsabilità principale della nostra sicurezza marittima e della difesa dei nostri interessi sul mare.

Naturalmente da soli possiamo abbastanza poco, ma è immaginabile che anche altri stiano sulla nostra stessa barca. Il suggerimento è sempre di partire da un’idea chiara di cosa vogliamo fare. Il che sarebbe già tanto. Poi dobbiamo passare all’azione anche attraverso scelte impopolari presso chi proprio non accetta che la cuccagna della nostra difesa garantita da altri sia finita. Ad esempio, una Marina Militare più grande in termini di personale e unità disponibili non dovrebbe essere eresia impossibile da pronunciare. Ne abbiamo bisogno, anche perché il Mediterraneo si fa sempre più stretto con altri attori che si muovono veloci. La scricchiolante talassocrazia americana ci impone scelte che, se non fatte, non ci risparmieranno amari risvegli. E allora sarà troppo tardi.

Foto: Giuseppe Manna

Fonti e approfondimenti

Questo articolo è concepito come un editoriale frutto della riflessione personale

2026-04-29T14:23:40+00:00Aprile 21st, 2026|Italia, Penisola arabica, Iran e Afghanistan|

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