Cogliere e mettere a sistema segnali deboli per leggere tra le righe del mondo contemporaneo non è prerogativa degli agenti segreti. Fare intelligence significa unire punti apparentemente scollegati o insignificanti. Cioè vedere oltre la valanga di informazioni che ci ricopre quotidianamente per capire la nostra epoca e disegnare scenari futuri. Per constatare che la Turchia è una potenza in rapida ascesa non c’è bisogno però di ricerche specialistiche. La notizia filtra persino nei media italiani, quasi sempre concentrati sulle faccende nostrane come tante pettegole nelle piazze dei paesini di provincia. Nessuno sembra tuttavia interessarsi veramente al gigante anatolico. Quando non funziona l’indifferenza scatta la narrazione sui problemi economici di Ankara e la conseguente impossibilità di realizzare le proprie ambizioni. Quasi che i popoli vivano solo di commercio e non di gloria e potenza, come continuiamo a credere negando la realtà. Provare a gestire la Turchia per noi è imperativo categorico.
Per tornare ai segnali deboli cari alle spie, un indicatore inaspettato che Ankara faccia sul serio viene da Instagram. Non è difficile scoprire tra i reel filmati di giovani siriani, palestinesi o somali pieni di ammirazione per quanto i turchi stanno facendo dalle loro parti. Che si tratti della ricostruzione di edifici bombardati, della distribuzione di aiuti o della riparazione di linee elettriche poco importa. Alcuni si esprimono persino fluentemente in lingua turca. E lo fanno magari dinanzi ai cantieri e ai pilastri di nuovi palazzi che sfoggiano enormi manifesti dei rendering dei futuri immobili, con tanto di bandiera turca e logo dell’impresa costruttrice anatolica. Queste constatazioni sono solo apparentemente insignificanti. Eccoli serviti a voi i segnali deboli. Se tanti ragazzi decidono di pubblicare tali contenuti vuol dire che l’influenza di Ankara tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente non solo è reale. Ma anche tutt’altro che superficiale e passeggera.
Per l’Italia si tratta di un problema, almeno se lasciamo che le cose facciano il loro corso. Troppo comodo e poco saggio fare finta di niente. Al contrario, prendere atto che Ankara sta scalando velocemente la gerarchia della potenza potrebbe indurre in noi riflessioni e decisioni non più procrastinabili. Non si tratta di puro esercizio teorico. Qui parliamo di cose terribilmente concrete e impattanti sulla vita quotidiana delle persone. Siccome amiamo tanto la dimensione mercantile e testardamente continuiamo a pensare che tutto ruoti intorno a quello, facciamo un esempio economico. Se è un’azienda turca a costruire una banchina nuova in un qualsiasi porto mediorientale o nordafricano a scapito di un’impresa italiana, magari più capace, solo perché Ankara ha fatto valere il suo peso, non si tratta forse di un danno per noi? Proviamo a moltiplicare questo caso per decine o centinaia di volte e il dramma è presto servito.
È categoricamente respinta l’obiezione che l’Italia resta una grande potenza economica e industriale, seconda in Europa solo alla Germania. Questo è vero, almeno per il momento, ma non è una scusa per continuare a guardare gli altri con supponenza o, peggio ancora, per sottovalutare le minacce. C’è invece bisogno di realismo. Anche perché, nel caso della Turchia, non siamo proprio di fronte a un attore insignificante, nemmeno da questo punto di vista. Nel 2023, Ankara è entrata nel club ristretto delle economie che hanno superato il trilione di dollari di PIL e ora viaggia spedita verso quota 1,5 trilioni. Noi siamo circa mille miliardi sopra, ma non cresciamo veramente da anni e, come altri Paesi avanzati, sperimentiamo le conseguenze nefaste della deindustrializzazione. Siamo ancora convinti che, sul piano internazionale, valere tanto implichi automaticamente contare molto. Forse non c’è caso più esemplificativo dell’Italia per confutare tale assioma.
Molti ancora pontificano sul nostro ruolo di media potenza regionale con interessi globali. Niente di più patetico e fuori tempo massimo. Forse lo siamo stati, pur con certi limiti, fino agli anni Ottanta del secolo scorso. E siamo persino riusciti a sfruttare in parte i margini di manovra che il sistema internazionale cristallizzato nell’ordine bipolare paradossalmente offriva. Da allora sono passati quattro decenni, durante i quali la caratura internazionale dell’Italia non ha smesso di degradarsi parallelamente alla vivacità della sua economia. La verità è che oggi il nostro Paese ha un peso internazionale alquanto modesto, anche se non trascurabile. Siamo un pesce piccolo ma appetitoso in un mare pieno di predatori affamati e dai denti aguzzi.
La metafora ittica non è casuale. Nel Mediterraneo occupiamo una posizione centrale ma priva di centralità. Non è un caso, ad esempio, che un dirimpettaio nordafricano sia stato tanto spavaldo da disegnare una zona economica esclusiva fino al Golfo di Oristano. Molto prima che avessimo disperatamente bisogno del loro gas. Oppure che le motovedette libiche e tunisine per anni abbiano sparato addosso ai pescherecci siciliani. Senza contare l’emorragia di imprese che passano di mano finendo per arricchire avidi compratori esteri, non sempre mossi solo dalla legittima ricerca di buoni affari. Valiamo tanto ma contiamo poco. Rifiutiamo tuttavia qualsiasi fatalismo e non ci rassegniamo all’ineluttabilità di un destino non scritto. Questo implica cominciare a guardarsi intorno con realismo e buon senso per capire quali siano i nostri interessi e, tra questi, le priorità assolute. Cimentandoci in tale esercizio per noi abbastanza inusuale, subito emergerebbe la sfida che la Turchia ci pone.
Prima di andare avanti con il ragionamento, sgomberiamo il campo da ogni malevolo fraintendimento. Non si tratta qui di assumere un atteggiamento ostile verso la Turchia. Semmai è vero l’esatto contrario. Roma e Ankara sono partner consolidati e hanno interessi comuni che sarebbe uno spreco di energie perseguire in modo separato. Partiamo ancora dalle questioni economiche. Nel 2024, l’interscambio commerciale ha toccato i 32 miliardi di euro, con un avanzo cospicuo a nostro favore, corrispondente a 5,6 miliardi secondo l’Italian Trade and Investment Agency (ICE). Durante il quarto vertice intergovernativo Italia – Turchia, tenutosi a Roma ad aprile di quest’anno, Meloni ed Erdoğan si sono impegnati a favorire il rapido raggiungimento della cifra record di 35 miliardi di beni e servizi scambiati. Alla solidità dei legami economici tra i due Paesi mediterranei si affiancano una stagione di relazioni molto buone anche sul piano politico e profondi legami culturali.
Ciononostante, possiamo trovarci in competizione con il gigante anatolico su dossier critici in aree importanti per entrambi. La Libia e le sue partite energetiche come esempio su tutti. L’Italia deve di conseguenza individuare con maggiore chiarezza le priorità della sua azione internazionale e intervenire in caso di potenziale attrito con Ankara. Questo non perché siamo condannati a metterci a rimorchio dei turchi come soci di minoranza, ma semplicemente perché loro andranno avanti in ogni caso per la loro strada. Senza curarsi di nessuno, italiani compresi. È la marcia turca verso il definitivo superamento del trauma storico e politico-sociale seguito alla grande guerra e al crollo del mondo ottomano. Tale obiettivo di fondo passa per la rinascita delle ambizioni imperiali di una nazione che, per secoli, aveva dominato su tre continenti. I turchi tornano in Africa, nel Caucaso, in Medio Oriente e in Asia centrale. Aggiungono l’interesse per la dimensione marittima.
Per non cadere nella trappola della pura speculazione teorica, suggeriamo tre questioni concrete dove Italia e Turchia possono lavorare fianco a fianco con mutuo beneficio. Si tratterebbe di altrettante occasioni per Roma di incanalare l’energia sprigionata dal gigante anatolico. Partiamo ancora una volta dal mare. Né noi né i turchi abbiamo accesso diretto agli oceani. Confinati nel Mediterraneo moriremmo per asfissia in poco tempo. È quindi interesse di entrambi che la giugulare Bab el Mandeb-Suez-Gibilterra resti pulita e ben funzionante. Questo non avviene per magia, soprattutto ai giorni nostri, come bene ci hanno insegnato gli houthi dallo Yemen. Né un singolo Paese può accollarsi da solo tutto il fardello. E allora perché non assumersi congiuntamente la manutenzione di questa via d’acqua strategica per entrambi?
Per farlo bisogna cominciare a lavorare tra le onde. La Marina turca è un dispositivo poderoso, grande il doppio della nostra in termini di personale. Noi abbiamo però ancora superiori capacità tecnologiche e di mezzi. Caratteristiche complementari che, unite alla consolidata collaborazione tra le due forze armate, potrebbero tradursi in azioni congiunte, anche al di là del perimetro NATO. Italia e Turchia possono assumere, con l’avallo degli Stati Uniti, la responsabilità principale della sicurezza marittima tra Golfo di Aden e Colonne d’Ercole. A questo bisognerebbe affiancare un’intensa attività politica per gestire i potenziali focolai di instabilità, che si aggiungerebbero ai troppi già presenti. A questo proposito, l’Italia è il candidato ideale a fare da ponte tra Ankara e Atene. Periodicamente la tensione tra i due Paesi dell’Egeo sale a livelli preoccupanti, ma Roma ha ottime relazioni con i contendenti, che potrebbe sfruttare quando la temperatura sale troppo. Entrambi apprezzerebbero.
Il secondo teatro di potenziale collaborazione è la Libia. I turchi sono tornati dove a inizio Novecento noi li abbiamo scacciati. In un popolo fiero come quello anatolico, dopo tanto tempo, è rimasto, magari inconsapevolmente, più il rispetto per chi è riuscito a piegarne la volontà invece del rancore per la sconfitta. È un asset per niente tenuto in considerazione, ma potenzialmente molto potente. Nel Paese nordafricano noi abbiamo ormai una posizione secondaria, dopo anni di disinteresse e scelte sbagliate. In maniera speculare, i turchi sono padroni in Tripolitania e ora non disdegnano nemmeno di dialogare con Bengasi. Ciononostante, la Libia è un pilastro per le forniture energetiche e per la sicurezza dell’Italia. C’è spazio per entrambi laggiù, soprattutto quando si tratta di impedire che altri soggetti, come i russi, mettano radici troppo profonde. Sforzi congiunti sono più che necessari anche per favorire la riconciliazione nazionale e l’unità del Paese.
La terza proposta riguarda la cooperazione in ambito tecnologico. La Turchia, negli ultimi due decenni, ha dato una spinta poderosa all’industria della difesa nazionale. Questa serve a sostenere le ambizioni del Paese ed è il frutto anche della frustrazione per il mancato accesso a prodotti europei e americani. Più volte infatti gli alleati della NATO hanno rifiutato o ritardato la vendita di dispositivi necessari all’ammodernamento delle forze armate turche come ritorsione alla deriva autoritaria imputata a Erdoğan e al suo partito. La volontà di fare da sé ha reso oggi Ankara un produttore di armamenti di primo livello. E non solo dei famosi droni della Baykar venduti in tutto il mondo. Da sempre la tecnologia militare ha importanti ricadute in ambito civile. E, in un mondo dove forse la sfida principale tra Stati trova espressione proprio in tale ambito, approfondire la cooperazione italo-turca nel settore sarebbe una straordinaria carta vincente.
A giugno, Leonardo e Baykar hanno creato una joint venture chiamata LBA Systems dedicata alla progettazione e realizzazione di sistemi aerei senza equipaggio. Si tratta di una decisione saggia che deve però costituire il primo passo verso sinergie più ampie tra le rispettive industrie della difesa. Concentrandosi poi sulle tecnologie dual use, le ricadute positive sul sistema-paese italiano e turco sarebbero assicurate. Senza contare la possibilità di accrescere l’interoperabilità tra le forze armate di Roma e Ankara qualora i dispositivi sviluppati insieme rispondessero anche i bisogni di entrambe. C’è tutto da guadagnare e nulla da perdere, in definitiva, ad affiancare la Turchia. L’Italia è il miglior partner che il gigante anatolico possa avere nel Mediterraneo in quanto a taglia geopolitica, posizione geografica e know-how. Mentre per Roma si tratterebbe di accompagnare Ankara in questa nuova fase della sua storia, senza correre il rischio di venire calpestati da un’ascesa troppo tumultuosa.
Foto: med-or.org
Fonti e approfondimenti
Questo articolo è concepito come un editoriale più che come un saggio, frutto delle nostre conoscenze e riflessioni nonché della lettura della stampa quotidiana, alla quale si rimanda per la descrizione puntuale degli eventi citati nel testo.
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