Non solo intelligenza artificiale, città futuristiche e grandi eventi sportivi come i mondiali di calcio del 2034. La lunga marcia dell’Arabia Saudita per liberarsi dalla schiavitù della rendita petrolifera passa anche per attività più tradizionali. Tra queste, l’estrazione di minerali dal sottosuolo riveste un’importanza crescente nei progetti di diversificazione economica messi in campo. A lungo considerato marginale rispetto alla produzione di oro nero, il settore minerario è chiamato a dare un contributo determinante allo sforzo del regno in favore dello sviluppo e della crescita. La Saudi Vision 2030, il piano di azioni e investimenti per catapultare Riyadh all’avanguardia delle economie globali, individua nell’attività estrattiva il terzo pilastro, dopo il petrolio stesso e l’industria petrolchimica, per rendere il Paese in grado di competere con i maggiori player mondiali della tecnologia e dell’innovazione, ma anche per accreditarsi come hub commerciale di primo livello e realizzare i suoi ambiziosi disegni di egemonia regionale.
Grandi ricchezze in aree remote
Lo scudo arabo-nubiano è un vasto complesso di rocce cristalline ricche di minerali risalente all’età precambriana, cioè alla prima fase della storia della Terra. La sua estensione va dal sud di Israele e dal Sinai fino allo Yemen e al Corno d’Africa, interessando entrambe le sponde del Mar Rosso. La presenza di metalli intrappolati nelle viscere di quelle montagne riarse dal sole e sferzate dal vento è nota fin dal passato più remoto. Gli egizi avevano scoperto importanti vene d’oro e di rame vicine alla superficie in Nubia, avviando rudimentali operazioni di estrazione già nel III millennio a.C. Anche nello Hijaz, la regione corrispondente alla parte occidentale della Penisola Arabica, le popolazioni locali sapevano dei numerosi metalli celati nel sottosuolo. Ma l’assenza di tecnologie, la mancanza d’acqua unita al clima inospitale e l’inaccessibilità dei luoghi resero per secoli quasi del tutto impossibile sfruttare quelle risorse.
Solo dalla metà del secolo scorso la crescente disponibilità di macchinari e infrastrutture ha aperto lentamente lo scudo arabo-nubiano alle attività minerarie su scala industriale. In Arabia Saudita, il fondatore e primo sovrano del regno moderno Abdulaziz ibn Abdurrahman Al Saud aveva dato incarico già nel 1931 al geologo americano Karl Twitchell di portare avanti studi per ricercare nuove falde acquifere e minerali nel Paese. Lo studioso aveva visitato quelle regioni remote nel decennio precedente ipotizzando peraltro la presenza di vasti giacimenti di idrocarburi nel deserto intorno Dammam. I risultati soddisfacenti delle prospezioni indussero Riyadh a istituire nel 1934 la Saudi Arabian Mining Syndicate per gestire i pochi siti allora conosciuti. In particolare, destava interesse un’area a 200 km a sud-est di Medina intorno Mahd ad-Dhahab, letteralmente “la culla dell’oro”. La presenza del metallo prezioso, conosciuta fin dall’epoca abbaside, avrebbe garantito l’estrazione per decenni fino alla chiusura nel 2023.
Un settore a lungo marginale rispetto al petrolio
La seconda guerra mondiale impose all’Arabia Saudita la sospensione di tutti i progetti in campo petrolifero e minerario. Anche perché le compagnie americane individuate da Riyadh per portare avanti il lavoro – le uniche dell’epoca in possesso di tecnologie adatte ad ambienti inospitali – erano assorbite dallo sforzo bellico del loro Paese. Il conflitto impose però solo una temporanea battuta d’arresto, superata definitivamente negli anni Sessanta. In quel decennio, l’Arabia Saudita si dotò di un Ministero del Petrolio e delle Risorse Minerarie con una direzione generale ad hoc e di una legge per disciplinare le operazioni di esplorazione, sfruttamento e commercializzazione dei minerali. Il regno continuò ad affidarsi a compagnie straniere in possesso del know-how ancora non disponibile a livello nazionale. Furono ancora le grandi compagnie americane a beneficiarne, anche se il sistema normativo, tra tasse varie e royalty, garantiva al governo il 45 % dei profitti.
Questo modus operandi rimase in piedi per molti decenni senza cambiamenti rilevanti. L’attività mineraria diversa dall’estrazione del petrolio era infatti considerata secondaria. Riyadh, come è noto, ha costruito la sua ricchezza puntando sui fiumi di petrodollari garantiti dall’estrazione e dall’esportazione del greggio e dei suoi derivati. Non è un caso che la Saudi Aramco, la compagnia nazionale di idrocarburi, abbia una storia ormai lunga alle spalle, cominciata nel 1944 con la nascita della Arabian American Oil Company. Questa era già erede della filiale locale della Standard Oil of California, che aveva aperto la strada alle attività petrolifere negli anni Trenta. Bisognerà aspettare il 1997 affinché il regno istituisca la Saudi Arabian Mining Company (Ma’aden) specializzata in attività minerarie e chiamata a favorire lo sviluppo del settore avvalendosi il più possibile di manodopera e professionisti sauditi.
Ciononostante, il contributo dei minerali diversi dal petrolio al PIL del regno è rimasto marginale fino a pochi anni fa. Ancora nel 2020, il settore contribuiva soltanto al 3 % della ricchezza nazionale. Eppure, già nel piano in dieci punti del 1962 per favorire la diversificazione economica del regno si parlava dell’estrazione di metalli come oro e rame tra le alternative più valide agli idrocarburi. Nei piani quinquennali di sviluppo adottati fino alla fine del secolo scorso non vi è traccia di una reale volontà di investire nel settore. D’altronde l’Arabia Saudita, che ancora possiede le riserve accertate di petrolio più vaste al mondo subito dopo il Venezuela e beneficia di costi di estrazione più bassi rispetto agli altri produttori, non giudicava necessario investire risorse troppo consistenti in attività remunerative soltanto nel medio-lungo termine.
La svolta di Saudi Vision 2030
Con l’adozione, quasi dieci anni fa, di Saudi Vision 2030 le cose sono cambiate. Il programma di modernizzazione e sviluppo dell’economia non petrolifera investe anche il settore minerario. Quest’ultimo è infatti identificato come terzo pilastro dello sforzo di differenziazione delle fonti della ricchezza nazionale. Subito dopo il petrolio, che quindi finanzia l’affrancamento da sé stesso, e i prodotti dell’industria petrolchimica, viene proprio l’attività mineraria. Gli obiettivi sono ambiziosi. Entro il 2030, il contributo dell’estrazione di metalli e altri minerali al PIL del regno dovrà essere non inferiore al 6 %, pari a 75 miliardi di dollari all’anno. Inoltre, il Paese punta a coprire con la produzione domestica la quasi totalità del suo fabbisogno, assicurandosi un risparmio di almeno 7 miliardi entro la metà del prossimo decennio. Come già detto, le materie prime non mancano. Nel 2024, il loro valore è stato quantificato in ben 2,5 trilioni di dollari.
Il primo passo per lo sviluppo del settore riguarda la modernizzazione della legislazione in materia, cominciata nel 2020 e pensata per favorire gli investimenti diretti esteri. Riyadh incoraggia anche la costituzione e la partecipazione di imprese private saudite, prevedendo requisiti meno stringenti e l’accesso a finanziamenti fino al 75 % da parte del Saudi Industrial Development Fund al fine di coprire i costi di capitale dei progetti più qualificati. Le aziende che investono nel downstream, cioè nella lavorazione dei minerali all’interno del regno, potranno beneficiare di ulteriori incentivi. La tassazione dei profitti è scesa dal 45 al 20 %, allineandosi così agli standard internazionali. I titolari di licenze sono poi esentati dal versamento delle royalty per i primi cinque anni di attività. Il governo garantisce la trasparenza e sta snellendo sempre di più le procedure per gli investitori interessati ai permessi per attività di prospezione, esplorazione o sfruttamento dei giacimenti.
Gli operatori accedono ai dati geologici più aggiornati pubblicati sulla piattaforma Taadeen. In fase di prequalificazione, i candidati devono dimostrare al Ministero dell’Industria e delle Risorse Minerarie che rilascia le licenze il possesso di competenze tecniche e di una solida posizione finanziaria. In un secondo momento, saranno valutati i requisiti relativi al rispetto delle regole per la sicurezza sul lavoro e la protezione dell’ambiente. Le riforme sembrano funzionare e sempre più imprese investono attirate dalla remuneratività del capitale. Il Mining Investment Attractiveness Index, che orienta le scelte dei protagonisti del settore, ha visto un miglioramento netto della performance del Paese in poco più di un decennio. L’Arabia Saudita è infatti passata dal 113° posto nel 2013 al 23° attuale. L’anno scorso, Riyadh ha rilasciato nuove licenze per esplorazioni minerarie con un incremento del 220 % rispetto al 2024 e per un totale di 9,2 miliardi di euro di investimenti.
I minerali strategici nei progetti sauditi
Nel decimo ciclo di concorsi per licenze di esplorazione, lanciato a dicembre 2025, il regno ha aperto 13.000 kmq di nuove aree ricche di risorse. Sono di 48 tipi diversi i minerali finora individuati nel sottosuolo saudita. Ma il governo sembra orientato a dare priorità a elementi come oro e rame, fosfati e terre rare, considerati tra i più promettenti in quanto a riserve, redditività e valore strategico. Il 12 gennaio, Ma’aden ha annunciato che le prospezioni dei mesi precedenti hanno portato alla scoperta di 7,8 milioni di once d’oro estraibili, pari a 221 tonnellate. Queste si aggiungono alle riserve accertate allungando a 40 anni il tempo di esaurimento dei filoni ai ritmi di sfruttamento attuali. Le ricerche hanno riguardato sia miniere operative, come la mastodontica cava di Mansourah Massara nella regione della Mecca, sia nuovi siti come Wadi Al Jaww, a 140 km a nord-est di Gedda.
Più limitate le riserve di rame che, senza ulteriori scoperte e mantenendo il livello corrente di produzione, dovrebbero durare meno di 20 anni. La rilevanza strategica di questo metallo non può tuttavia essere trascurata. Il rame è fondamentale per lo sviluppo delle reti elettriche e per la transizione energetica, ma anche per i data center, l’intelligenza artificiale e le batterie di ultima generazione. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che la domanda globale passerà da 28,7 milioni di tonnellate nel 2024 a oltre 36 milioni di tonnellate nel 2035. L’offerta già adesso stenta a coprire il fabbisogno mondiale, con il rischio di un deficit stimato fino al 30 % entro un decennio. Il prezzo, che oscilla intorno a 11.000 euro a tonnellata, è quindi destinato inevitabilmente a salire. Da qui l’interesse di Riyadh per questo metallo.
Le scoperte di rame più recenti hanno riguardato il sito di Jabal Shayban, a sud di Tabuk, peraltro noto fin dagli anni Quaranta per la presenza di altri minerali. Saranno tuttavia necessari alcuni anni affinché l’area possa accrescere in modo significativo la capacità estrattiva di rame saudita. Già in produzione invece la miniera di Jabal Sayid, situata a 350 km a nord-est di Gedda. Lì Ma’aden opera dal 2015 in joint venture con la canadese Barrick Mining Corporation. Il sito, che ha riserve accertate di 0,21 milioni di tonnellate, l’anno scorso ha prodotto 32.000 tonnellate del prezioso metallo e dovrebbe attestarsi su livelli leggermente inferiori nel 2026. È però sulla regione mineraria più importante del Paese che Riyadh scommette per rimandare il più possibile nel futuro l’esaurimento delle riserve di rame. Si tratta di Khnaiguiyah, un’area di più di 350 kmq situata a 170 km a sud-ovest della capitale.
Questo distretto dispone di riserve stimate in almeno 25 milioni di tonnellate di minerale grezzo, principalmente zinco e una più modesta presenza di rame. La produzione annua è di 55.000 tonnellate, assicurata da un’altra joint venture tra la britannica Moxico Resources PLC e la sussidiaria del settore minerario di proprietà della holding saudita Ajlan & Bros. La speranza di vita della miniera al momento è di ulteriori 12 anni. Ma sono in corso prospezioni per l’individuazione di depositi economicamente utilizzabili di terre rare, anche se è il già citato sito di Jabal Sayid ad apparire più promettente per questi minerali.
Le terre rare sono indispensabili per le tecnologie avanzate e la transizione energetica, ma anche per l’industria bellica. La loro presenza è comune nella crosta terrestre, ma è difficile trovare depositi con concentrazioni sufficienti a renderne profittevole l’estrazione. Da qui l’importanza strategica del mercato al momento largamente dominato dalla Cina. Non sorprende che gli Stati Uniti, rimasti indietro nel controllo delle filiere produttive, guardino con interesse agli sforzi sauditi di individuare nuovi giacimenti. A novembre dell’anno scorso, Washington e Riyadh hanno firmato un’intesa per la costruzione di una raffineria di terre rare nel regno. L’accordo prevede di istituire una joint venture tra Ma’aden, che deterrà almeno il 51 %, e il gruppo MP Materials, finanziato interamente dal Dipartimento della Guerra. L’impianto tratterà sia minerali estratti nel Paese che materiali grezzi importati. Con l’obiettivo di fare dell’Arabia Saudita un player mondiale del settore e bilanciare lo strapotere di Pechino.
Apparentemente meno rilevante è il valore dei fosfati. Questi composti chimici sono invece fondamentali per la produzione dei fertilizzanti necessari all’agricoltura e l’attività delle industrie alimentari e chimiche. La scarsità di tale risorsa, associata a ritmi di estrazione molto sostenuti, fanno temere che le riserve mondiali potrebbero esaurirsi entro un secolo. Il picco di produzione, inizialmente previsto nel 2010, è stato spostato al 2030 grazie alla scoperta di nuovi depositi. Questo non ha impedito ai prezzi di continuare a crescere, spinti dall’aumento del fabbisogno agricolo. Nel mondo arabo è il Marocco a beneficiare dei depositi di fosfati più consistenti, guidando la classifica dei massimi produttori mondiali. La redditività del settore ha tuttavia spinto anche l’Arabia Saudita ad accrescere le risorse per esplorare nuovi giacimenti. E le scoperte degli ultimi anni sono molto incoraggianti.
Il Ministero dell’Industria e delle Risorse Minerarie stima riserve di 2,7 miliardi di tonnellate, corrispondenti al 7 % dei depositi su scala globale. I giacimenti principali sono a Wa’ad as-Shamal, vicino confine giordano. Qui è presente anche un impianto di lavorazione, che si affianca a quello di Ras al-Khair, sulla costa del Golfo a nord della città di Dammam. Le due raffinerie, che producono 6 milioni di tonnellate all’anno di fertilizzanti ad alto titolo (cioè con elevata concentrazione di nutrienti) sono oggetto di interventi da parte di Ma’aden per aumentarne del 50 % la capacità. Il progetto Phosphate 3, in parte già implementato, prevede investimenti per 7,4 miliardi di dollari. La produzione dovrebbe aumentare a 7,5 milioni di tonnellate già entro quest’anno. Con l’obiettivo di fare dell’Arabia Saudita, che controlla il 20 % dell’offerta mondiale di fosfati, il terzo produttore dopo Cina e Marocco, surclassando gli Stati Uniti.
Grandi margini di crescita non senza rischi
In conclusione, il settore minerario saudita sta vivendo una fase di crescita e sviluppo senza precedenti. Oltre al petrolio, il sottosuolo del regno si è rivelato uno scrigno tra i più ricchi al mondo in quanto a minerali indispensabili all’industria contemporanea. In più, decenni di attenzione rivolta quasi solo all’oro nero hanno preservato in gran parte integre le riserve di altri materiali. Ecco perché Riyadh sta investendo decine di miliardi e le grandi multinazionali dell’estrazione e lavorazione dei minerali accorrono nel Paese mediorientale.
Ci sono però dei rischi da non sottovalutare. La ricchezza estratta dalle profondità della Terra potrebbe avere costi ambientali molto alti. C’è da dire che la sostenibilità e il rispetto degli ecosistemi naturali sono due pilastri della Saudi Vision 2030. Il regno valuta poi con una certa attenzione le capacità dei concorrenti per le licenze di estrazione di limitare l’impatto delle loro attività. E le ispezioni da parte delle autorità sono improntate alla trasparenza e al rigore. Il pericolo di danni ambientali non può tuttavia essere azzerato. Tanti siti di estrazione e lavorazione del minerale comportano un rischio di disastri elevato già solo sul piano probabilistico. Ma Riyadh ce la sta mettendo tutta per mitigare al massimo tali incidenti.
Altro fattore da non trascurare è quello delle condizioni dei lavoratori del settore. L’attività in miniera è già di per sé faticosa e dura ovunque. Quando poi si aggiungono il caldo estivo insopportabile della Penisola Arabica e il lavoro in aree remote, non è difficile immaginare la pressione che sopportano le migliaia di lavoratori provenienti dall’Asia meridionale o dal Sud-est asiatico. Sono queste le aree di provenienza della maggior parte del personale meno qualificato, che beneficia di tutele alquanto limitate.
C’è infine il quadro regionale impossibile da ignorare. Proprio in questi giorni, il Golfo è spazzato nuovamente da venti di guerra molto tesi con l’Iran sotto pressione massima degli Stati Uniti. Le conseguenze della strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre 2023 e della sanguinosa risposta israeliana a Gaza sono note a tutti. Così come le successive operazioni militari dello Stato ebraico in Libano contro Hezbollah e lo scontro diretto con la Repubblica islamica. Per raggiungere gli obiettivi della Saudi Vision 2030 la stabilità interna e internazionale è determinante. Questo spiega il basso profilo di Riyadh nonché gli appelli alla moderazione e la disponibilità in a mediare per risolvere i dossier più urgenti.
Il Paese non rinuncia però ai suoi disegni egemonici nella regione. Ne è testimonianza il recente intervento militare in Yemen contro i separatisti del Southern Transitional Council sostenuto da Abu Dhabi, che ha evidenziato la rivalità con il vicino emiratino, intrisa di competizione economica. Sono dunque tante le incognite che pesano sul lungo cammino dell’Arabia Saudita per affrancarsi dal petrolio. La strada tracciata sembra però ben definita e la straordinaria combinazione di abbondanti risorse minerarie e di scarso sfruttamento dei giacimenti nei decenni scorsi farà la differenza. Gli obiettivi appaiono a portata di mano. Sicuramente c’è la volontà chiara da parte di Riyadh di rendere irreversibile il processo di trasformazione in corso e di accettare la sfida del futuro, anche grazie ai preziosi minerali del suo sottosuolo.
Foto: agricolturaeambiente.it
Fonti e approfondimenti
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